Erbe officinali nella Cominium Benessere
Camomilla dei tintori
Nome scientifico: Cota tinctoria (L.) J.Gay (Asteracee).
Fioritura: da maggio a settembre.
Habitat e distribuzione: pendii e prati assolati e asciutti, presente in tutte le regioni da 0 a 1500 m di quota.
Curiosità e usi: questa specie veniva anticamente utilizzata nell’industria tessile per produrre una tinta giallo brillante, grazie a due sostanze contenute dalla pianta, luteolina e apigenina, utilizzate per tingere i tessuti. L’estrazione del pigmento si effettua sottoponendo i capolini a macerazione per mezza giornata e successivamente portando ad ebollizione per un’ora. In seguito il liquido ottenuto si sottopone a filtrazione. Per tingere si porta ed ebollizione per circa 1 ora la lana in bagno di tintura. Ancora oggi in Turchia e in India il suo pigmento viene utilizzato per tingere le lane che servono alla produzione di tappeti fatti a mano. I suoi fiori inoltre sono utilizzati per preparare pozioni balsamiche, diaforetiche (capaci di aumentare la secrezione di sudore) e stimolanti; una volta essiccati vengono macerati ed utilizzati per preparare infusi utilizzati come digestivo, come calmante contro l’emicrania e per curare rossori ed infiammazioni cutanee e degli occhi.
Santoreggia montana
Nome scientifico: Satureja montana L. (Lamiaceae).
Fioritura: da luglio a settembre.
Habitat e distribuzione: pianta termofila che vegeta su terreni calcarei, rocciosi, aridi, ai margini di strade di montagna, dal piano fino a 1300 m di altitudine. Presente in tutte le regioni italiane ad eccezione di Valle d’Aosta e Sicilia.
Curiosità e usi: i suoi principi attivi le conferiscono proprietà antisettiche, antispasmodiche, toniche, stimolanti, espettoranti, stomachiche, antidiarroiche, digestive. Le cime fiorite si usano in infuso, per combattere diarrea, disturbi digestivi e gastrointestinali, per fluidificare catarro nei raffreddori e bronchiti, per lavare ferite e piaghe, e quale collutorio per le infiammazioni della gola e del cavo orale. Aggiunta nell’acqua del bagno, toglie la stanchezza, tonifica, purifica e deodora il corpo, usata nel pediluvio toglie il gonfiore delle caviglie. Il suo infuso frizionato sui capelli, fortifica il bulbo pilifero e tiene lontano i pidocchi. La santoreggia montana è una pianta di grande interesse in cucina al pari di timo, rosmarino e origano, si armonizza bene con le carni alla griglia, cereali, legumi, insaccati e salse. Per il suo piacevole aroma, viene anche usata in liquoreria e profumeria.
La Santoreggia era conosciuta dagli antichi romani col nome di Satureia = Erba dei satiri per la sua pelosità che richiamava quella dei satiri, ma anche per le sue ritenute notevoli proprietà afrodisiache, tanto che gli antichi raccomandavano moderazione nel suo consumo, per non scatenare una sessualità smodata ed incontrollabile (satirismo).
Elicriso
Nome scientifico: Helichrysum italicum (Roth) G. Don (Asteraceae).
Fioritura: da aprile a settembre.
Habitat e distribuzione: pianta eliofila e termofila tipica dell’area mediterranea che vegeta su terreni calcarei, rocciosi, aridi, dal livello del mare fino a 800 m di altitudine. Presente in tutte le regioni italiane, comune al centro, al sud e nelle isole, saltuaria al nord.
Curiosità e usi: il nome del genere deriva dal greco helios = sole e chrysos = oro con riferimento al colore dei suoi capolini gialli e brillanti come il sole e come l’oro. il suo nome e il suo colore impressionarono i popoli antichi al punto da dedicare questa pianta al Sole. Con i suoi fiori, intrecciati per ricavarne collane, venivano utilizzati per adornare le statue di Apollo e di Minerva. Si dice che l’intenso profumo di questa pianta permetteva a Napoleone di riconoscere l’odore del suolo natio, anche quando si trovava in mare e ancora fuori dalla vista della Corsica, dove questi fiori sono particolarmente abbondanti e profumati.
I suoi principi attivi costituiti da olii essenziali (pinene, eugenolo, linalolo), fitosteroli, flavonoidi (naringenina, apigenina, luteolina, quercitrina), acido caffeico, colorante (elicrisina), le conferiscono proprietà tossifughe, espettoranti, antinfiammatorie, analgesiche e antireumatiche, antiartritiche, ipocolesterolizzanti, depurative, cicatrizzanti, antibatteriche, antiallergiche, stimolanti gastriche ed epatiche.
L’elicriso viene utilizzato per uso interno come decotto, per sedare gli eccessi di tosse (pertosse), favorire l’eliminazione del catarro bronchiale, sedare gli spasmi d’asma e lenire le irritazioni allergiche delle mucose nasali.
Per uso esterno come decotto o tintura oleosa, per curare eczemi, dermatiti, psoriasi e per prevenire e curare le scottature solari, flebiti, edemi, ferite, cicatrici e piaghe. Viene considerato un valido aiuto per combattere nevralgie e nevriti, artrite e insufficienze o congestioni epatiche, colecistiti, disturbi pancreatici.
Le sue qualità furono a lungo studiate anche da Plinio, Geber, Dioscoride, ed altri che lo consideravano una vera panacea per la maggior parte dei malanni.
Per l’aroma simile a quello del curry le sue foglioline possono essere utilizzate in cucina per insaporire pietanze.
Il suo olio essenziale è usato dalle industrie cosmetiche, per produrre profumi e saponi.
Grazie alle brattee membranose e cartacee dei suoi capolini che riescono a conservarsi inalterati anche dopo la disidratazione, entra nelle composizioni di fiori secchi ad uso ornamentale.
Cedracca
Nome scientifico: Ceterach officinarum DC. (Aspleniaceae).
Habitat e distribuzione: questa piccola felce cresce spontanea sui vecchi muri, nelle fessure delle rocce, su ogni tipi di roccia, ma preferibilmente su quella calcarea in ambienti non eccessivamente umidi, dal livello del mare alla fascia montana fino a 2000 m di quota. Presente in tutte le regioni italiane.
Curiosità e usi: apprezzata per le sue proprietà diuretiche, antiuriche e decongestionanti della milza, utile ai soggetti predisposti ai calcoli renali e a coloro cha hanno elevati tassi di ossalati nelle urine, da cui il nome popolare di “spaccapietre” o “spaccasassi”. Veniva anche impiegata nella medicina popolare quale sedativo ed emolliente per la tosse e come antinfiammatorio, astringente e decongestionante delle mucose della gola e della bocca. A scopo erboristico vengono usate di solito le fronde, più raramente il rizoma.
Campanula commestibile
Nome scientifico: Campanula rapunculus L. (Campanulaceae).
Fioritura: da aprile a settembre.
Habitat e distribuzione: specie comune che cresce preferibilmente su terreni calcarei. Vegeta su terreni incolti, ai bordi di strade, nei campi, prati aridi ed oliveti fino 1500 m di altitudine. Presente in tutte le regioni ad esclusione delle isole maggiori.
Curiosità e usi: l’epiteto specifico (rapunculus) significa “piccola rapa” (diminutivo di “rapum”) e fa riferimento alle radici fittonanti e carnose. Si tratta di una pianta commestibile ed assai ricercata: nella cucina popolare le radici sono usate crude in insalata per il sapore dolciastro dovuto all’inulina e le sue foglie basali arricchiscono col loro sapore amarognolo, ma gradevole, in miscuglio con altre erbe, le insalate, le zuppe, le minestre e le torte. Poiché la sua radice non contiene amido ma inulina la quale scindendosi produce levulosio anziché glucosio, può essere consumata tranquillamente anche dai diabetici. Per uso esterno le sue foglie vengono utilizzate con applicazioni, per combattere le verruche, e l’infuso dei suoi fiori come preparato per gargarismi. Il nome tedesco di questa pianta Rapunzel-Glockenblume, è noto a molti è infatti il nome dell’eroina dai lunghi capelli della fiaba “Raperonzolo” dei fratelli Grimm.
Borracina glauca
Nome scientifico: Sedum hispanicum (Crassulaceae).
Fioritura: da aprile a giugno.
Habitat e distribuzione: cresce nelle fenditure delle rocce, sui muretti a secco, sui tetti delle case e in generale su substrati calcarei e ben drenati. Presente in tutte le regioni tranne che in Piemonte, Valle d’Aosta e Sardegna.
Curiosità e usi: le specie del genere Sedum sono delle vere e proprie “piante grasse”, specializzate quindi a sopravvivere a periodi di siccità più o meno lunghi. Il nome deriva dal latino sédo calmare, le foglie di alcune specie sono infatti molto apprezzate per le loro proprietà lenitive e cicatrizzanti. Diverse specie vengono utilizzate come rimedio popolare per trattare ulcere, vesciche e ferite della pelle. Le foglie carnose possono essere utilizzate anche per favorire la guarigione di piccole cisti, foruncoli, ascessi. Le proprietà lenitive sono date dalla presenza di tannini e mucillagini nelle foglie oltre che al contenuto di flavonoidi, acidi organici e sali minerali.
Pungitopo
Nome scientifico: Ruscus aculeatus L. (Asparagaceae).
Fioritura: la fioritura avviene tra febbraio e aprile, talvolta anche in ottobre e novembre.
Habitat e distribuzione: predilige le zone calde e soleggiate e i terreni calcarei, lo si trova facilmente nei luoghi aridi e sassosi, nei boschi, soprattutto nelle leccete e nei querceti, sensibile al freddo intenso, per cui solo nelle zone meridionali la si può trovare oltre i 1.200 m, nel resto d’Italia difficilmente vegeta sopra i 600 m s.l.m. Specie presente in tutte le regioni italiane.
Curiosità e usi: il nome volgare di pungitopo deriva dall’usanza contadina di proteggere dai topi con mazzetti di questa pianta, i generi alimentari conservati in cantina o in dispensa, ma anche dalla pratica agricola di disporre corone di rami secchi di R. aculeatus ai piedi degli alberi da frutta, evitando così che su di essi salgano i topi. Nelle campagne, il pungitopo veniva usato per proteggere le pannocchie di granoturco esposte ad essiccare: si legavano mazzetti della pianta a testa in giù, alla base dei pali di sostegno per impedire il passaggio dei roditori. La pianta secca legata ad una pertica, era inoltre impiegata, per pulire e spazzare i camini. I giovani germogli, possono essere utilizzati cotti, come gli asparagi, il sapore è lievemente più amaro. In passato i semi della pianta erano utilizzati come succedaneo del caffè. Coltivato come pianta ornamentale, è un prodotto di grande importanza per la floricoltura, soprattutto per la realizzazione di decorazioni natalizie.
Questa pianta in passato è stata molto utilizzata dalla medicina popolare, già Plinio il vecchio e Galeno ne descrivevano le proprietà diuretiche. Il pungitopo è un potente tonico venoso vegetale e per questo rientra nella composizione di molti farmaci. I suoi principi attivi hanno inoltre proprietà diuretiche e vasocostrittrici, ad azione antinfiammatoria, sudorifera e depurativa.
Indicato nella cura di flebiti, pesantezza delle gambe, edemi, facilita l’eliminazione dell’acido urico e aumenta la sudorazione. Grazie alla presenza di bioflavonoidi, la pianta si caratterizza per le proprietà lenitive, protettive, rinfrescanti e disarrossanti: è indicata in caso di eritema solare, nella fragilità del microcircolo sottoepidermico, per il trattamento delle pelli delicate e sensibili e facili agli arrossamenti.
Rosmarino
Nome scientifico: Rosmarinus officinalis L. (Lamiaceae).
Fioritura: in base all’altitudine e all’esposizione può essere in fiore tutto l’anno.
Habitat e distribuzione: macchie e garighe, preferibilmente su calcare, dal livello del mare fino a 800 metri. E’ componente diffuso e caratteristico della macchia mediterranea. Cresce lungo tutte le coste tirreniche e ioniche, sulle coste adriatiche fino al Molise e in tutte le isole. Coltivato e spesso naturalizzato su quasi tutto il territorio italiano.
Curiosità e usi: il nome Rosmarinus deriva dalla combinazione dei due termini latini “ros” (rugiada) e “marinus” (del mare), denominazione nata nell’intento di descrivere la delicata tinta bluastra dei fiori, paragonandola all’increspatura delle onde marine. Coltivato negli orti e nei giardini fin dalla più remota antichità, i Greci e i Romani lo bruciavano come incenso e fu sacro ad Afrodite fino a quando non venne soppiantato dal mirto. Questa pianta è stata sempre circondata da un alone fantastico e creduta in possesso di poteri magici ed afrodisiaci entrando nei più svariati filtri d’amore e ricette propiziatorie: sono famose l’“Acqua Celeste” di Caterina Sforza e l’ “Acqua della Regina d’Ungheria”, un liquore a base di rosmarino ideato da Isabella d’Ungheria. Il rosmarino compare quindi nell’uso comune con il duplice apporto del delicato aroma e della presunta facoltà di allontanare la malasorte, simboleggiando inoltre l’immortalità e la fedeltà coniugale.
Usatissimo nell’antichità nella farmacopea tradizionale, ancora oggi dal Rosmarino si ottengono un olio essenziale ed estratti utilissimi in profumeria e cosmesi, in liquoreria e in farmacia. Il Rosmarino ha proprietà digestive, antispasmodiche e carminative; stimola la diuresi e la sudorazione, fluidifica la secrezione bronchiale, seda le tossi convulse. Per uso esterno è soprattutto un buon antisettico. L’ olio essenziale ha inoltre proprietà stimolanti utili per il trattamento di contusioni, dolori articolari e muscolari, reumatismi e torcicollo. In cosmesi le lozioni e i bagni deodorano e purificano la pelle, le tinture rivitalizzano il cuoio capelluto, i dentifrici al Rosmarino rinforzano le gengive.
Ma il maggiore successo il rosmarino lo ottiene nella cucina, dove insieme alla Salvia, al Timo e all’Alloro fornisce ininterrottamente da secoli il tipico aroma non solo a piatti di carne, pesce e selvaggina, ma anche a dolci semplici e popolari come il castagnaccio. I fiori del rosmarino, infine, attirano in gran numero le api, che ne producono un miele dalle proprietà e dal sapore eccellente.
Finocchio selvatico
Nome scientifico: Foeniculum vulgare Mill. (Apiaceae).
Fioritura: da maggio ad ottobre.
Habitat e distribuzione: specie tipica dell’area mediterranea, cresce nei luoghi assolati, sabbiosi e ben drenati dal livello del mare fino ai 1000 m di altitudine. Presente in tutte le regioni italiane.
Curiosità e usi: il finocchio selvatico, conosciuto anche come finocchietto, è una specie ampiamente apprezzata per le sue molteplici virtù culinarie e salutistiche. Possiede un aroma intenso e fresco, con note di anice e limone che lo rendono un ingrediente versatile in cucina: le foglie fresche vengono utilizzate per insaporire insalate, carne, pesce e formaggi. I semi, raccolti alla fine dell’estate, aggiungono un tocco aromatico ai piatti di carne e sono spesso utilizzati nella preparazione di insaccati, inoltre soprattutto lungo le coste tirreniche insieme ai fiori e alle foglie se ne ricava un ottimo liquore con proprietà digestive.
I principi attivi contenuti nella pianta hanno proprietà carminative, cioè aiutano a eliminare i gas intestinali e ne prevenngono la formazione. Pertanto il finocchio selvatico è utilizzato per curare difficoltà digestive, flatulenza o aerofagia. Risulta particolarmente indicato nell’allattamento perché aumenta la produzione del latte. Inoltre ha qualità di diuretico, antiossidante, ipoglicemico e antinfiammatorio. All’anetolo, uno degli oli essenziali del finocchio, sono state inoltre associate proprietà antibatteriche, antivirali e antimicotiche.
Dal finocchio è derivato il termine “infinocchiare”, col significato di “imbrogliare, truffare”: quasta pianta ha infatti la capacità di alterare leggermente la percezione dei sapori, capacità che veniva sfruttata dai cantinieri che offrivano del finocchio come antipasto ai clienti prima di far assaggiare il vino. In questo modo gli acquirenti non si accorgevano della scarsa qualità del vino venduto.
Valeriana rossa
Nome scientifico: Centranthus ruber (L.) DC. (Caprifoliaceae).
Fioritura: da aprile ad agosto.
Habitat e distribuzione: vecchi muri, rupi, terreni rocciosi di natura calcarea, bordo strade dal piano fino a 1300 m. Presente in tutte le regioni italiane.
Curiosità e usi: le credenze popolari attribuivano a questa pianta poteri magici, le sue radici essiccate e polverizzate, conservate in sacchetti erano usate per proteggere la casa dai fulmini e le sue foglie erano usate per placare gli animi nei litigi amorosi e riconciliare gli innamorati.
Grazie ai suoi principi attivi quali tannini, resine, olii essenziali e alcaloidi le sue radici hanno proprietà sedative, antispasmodiche e antinevralgiche e in passato sono state usate quali succedanee della valeriana, agendo come un calmante naturale per ridurre ansia e agitazione, migliorare la qualità del sonno e alleviare disturbi gastrointestinali di origine nervosa. I suoi semi pare fossero utilizzati in passato per ricavare pozioni adatte per imbalsamare. Coltivata per ornamento talvolta le sue foglie possono anche essere consumate in insalata, nonostante il suo forte e poco piacevole profumo.
Il nome del genere Centranthus deriva dal greco kéntron = sperone e anthos = fiore, per la sua corolla speronata, il nome della specie ruber = rosso è ispirato al suo colore.
Iperico o Erba di San Giovanni
Nome scientifico: Hypericum perforatum L. (Hypericaceae).
Fioritura: da aprile ad agosto.
Habitat e distribuzione: cresce nei prati aridi, ai margini delle strade e nei prati incolti dal piano ai 1600 m di altitudine. Presente in tutte le regioni italiane.
Curiosità e usi: il nome del genere Hypericum deriva dal greco ” yper” =sopra ed “eikon” =immagine a significare “io scaccio le immagini, le ombre, allontano gli spiriti”. Molte sono le leggende che riguardano l’origine del nome di “erba di S. Giovanni”, probabilmente è stata così chiamata dai primi cristiani in onore di Giovanni Battista perché le foglie e i fiori contengono ghiandole che, se pizzicate liberano un olio di colore rosso, ritenendo che essa secernesse l’olio rosso il 29 agosto, in corrispondenza con l’anniversario della decapitazione del santo. Nel medioevo, la notte della vigilia di S. Giovanni, era tradizione dormire con un mazzolino d’Iperico sotto il cuscino, con la convinzione che così facendo, il santo proteggesse il dormiente dalla morte per un anno intero; appenderne un mazzetto sulla porta di casa proteggeva dai demoni.
Erba dal sapore amaro-dolciastro ad azione antidepressiva, sedativa, ansiolitica, rinfrescante, astringente e antinfiammatoria, localmente è anche analgesica e antisettica. L’Iperico è usato in erboristeria da oltre 2000 anni, ma oggi il suo uso è più diffuso che mai, è infatti una delle erbe medicinali più vendute negli USA, perché negli anni 80 si è scoperto che possiede proprietà antidepressive paragonabili a quelle delle specialità farmaceutiche, l’erba è quindi impiegata nella moderna medicina erboristica soprattutto nella cura della depressione lieve. L’olio può essere utilizzato per curare le ferite e per massaggiare parti indolenzite, in cosmesi si usa per dare tono alla pelle avvizzita, mentre l’infuso può essere utilizzato in caso di arrossamenti.
Sanguinella
Nome scientifico: Cornus sanguinea L. (Cornaceae).
Fioritura: tra aprile e giugno.
Habitat e distribuzione: cresce nei boschi misti di latifoglie, al margine dei prati, nelle macchie in riva all’acqua dal piano ai 1300 m di altitudine. Presente in tutte le regioni italiane.
Curiosità e usi: il nome del genere ha radice indoeuropea “kar” = essere duro, passando al latino “cornus” = corno a sottolineare il legno duro e robusto; l’epiteto specifico “sanguinea” indica la colorazione rossastra tipica prima dei rami giovani, poi delle foglie in autunno.
La sanguinella ha proprietà antitrombotiche e anticoagulanti, trova indicazione nell’ipertiroidismo. I frutti, di sapore poco gradevole, sono ricchi di vitamina C, per questo, in passato venivano impiegati per preparare marmellate e succhi di frutta.
L’olio dei semi un tempo era impiegato nelle lampade come combustibile, per tingere di grigio o di azzurro le pelli e per fabbricare sapone.
I rami giovani, per la loro flessibilità, possono essere impiegati per confezionare canestri e scope da cortile. Il legno duro e compatto, viene impiegato per costruire manici per attrezzi e bastoni da passeggio.
Barbone adriatico
Nome scientifico: Himantoglossum adriaticum H. Baumann (Orchidaceae).
Fioritura: tra aprile e luglio.
Habitat e distribuzione: spazi soleggiati e aperti come prati, pascoli, garighe, bordi stradali, preferibilmente su suolo calcareo, da 0 a 800 m s.l.m. Presente ma spesso localizzata in tutte le regioni italiane ad eccezione di Valle d’Aosta, Puglia, Sicilia e Sardegna.
Curiosità e usi: il termine Himantoglossum deriva dal greco ‘himas, himantos’ (cinghia) e ‘glossa’ (lingua) per la forma del labello, che è molto allungato e sottile. Come tutte le orchidee spontanee è specie protetta dalla Convenzione di Washington. Il barbone adriatico è inoltre specie di interesse comunitario che rientra negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat europea, il che ne impone la tutela a livello comunitario. La direttiva mira a salvaguardare gli habitat naturali, la flora e la fauna selvatiche, e la sua presenza negli allegati comporta l’obbligo per gli Stati membri di garantirne la conservazione, anche mediante la designazione di specifici siti di importanza comunitaria (SIC), o Zone Speciali di Conservazione (ZSC), e attraverso l’adozione di divieti di raccolta.
Capraggine
Nome scientifico: Galega officinalis L. (Fabaceae).
Fioritura: tra aprile e luglio.
Habitat e distribuzione: predilige i terreni freschi ed incolti, rive dei fossi, fiumi e canali. Presente in tutte le regioni tranne che in Valle d’Aosta, Puglia e Sicilia.
Curiosità e usi: il nome Galega deriva dal greco “gala” latte e da “ago” muovo, smuovo: per la proprietà di questa pianta di favorire la produzione di latte. Nella tradizione popolare questa pianta erbacea era nota per un’azione favorevole e stimolatrice della secrezione lattea. Il suo potere galattogeno era così apprezzato, che in alcune zone veniva somministrata alle puerpere. Era impiegata inoltre come vermifuga e per uso esterno in caso di morsi di serpenti e punture di insetti. La galega rientra a far parte ancora oggi nelle preparazioni galeniche e tisane per aumentare la secrezione lattea e la diuresi.
In tempi passati fu annoverata tra le piante commestibili. sembra che la fama fosse sorta a seguito del grande consumo che si fece durante la peste in Lombardia. tanto da credere che avesse proprietà antidote contro questa pestilenza. E’ stata ampiamente coltivata quale foraggera per i suoi principi attivi stimolanti la secrezione lattea nelle bovine e conservare a lungo la portata di latte.
Vesparia
Nome scientifico: Ophrys apifera Huds. (Orchidaceae).
Fioritura: tra aprile e luglio.
Habitat e distribuzione: prati e luoghi erbosi umidi o secchi, margini stradali, cespuglieti, radure boschive e margini dei boschi, dal piano fino a 800 m (eccezionalmente fino a 1500 m). Presente in tutte le regioni ma è estinta in Valle d’Aosta.
Curiosità e usi: il nome del genere deriva dal greco ophrys = sopracciglio per l’aspetto e la posizione dei tepali superiori e quello della specie dal latino apis = ape e fero = porto con significato di portatrice di api (per l’aspetto e la funzione del labello). Il labello delle orchidee del genere Ophrys, per il suo particolare disegno e la sua pelosità somiglia ad un insetto imenottero femmina e il profumo che il fiore emette simile ai feromoni femminili, attira i maschi della specie imitata, in una elaborata trappola sessuale. I maschi infatti appena usciti dal lungo periodo di inattività invernale, nella ricerca delle femmine il cui risveglio avviene più tardi, si posano sul labello scambiando il fiore per la femmina della loro specie e nel vano tentativo di accoppiarsi, non possono evitare che il polline gli resti incollato sul capo, in questo modo sarà ceduto al successivo fiore visitato, permettendo la sua impollinazione e successiva fecondazione. Come tutte le orchidee spontanee è specie protetta dalla Convenzione di Washington.
Sambuco
Nome scientifico: Sambucus nigra L. (Adoxaceae).
Fioritura: tra aprile e giugno.
Habitat e distribuzione: cresce nelle radure, al margine dei boschi umidi, scarpate, lungo i muri e nelle aree ruderali. E’ presente e comune in tutte le regioni.
Curiosità e usi: il nome del genere deriva da sambucus, nome latino di Sambucus nigra in Plinio e Columella, di origine oscura. Il nome specifico nigra dal latino “niger” = nero, fa riferimento al colore dei frutti.
Pianta emolliente, sudorifera, lassativa, diuretica, impiegata nelle malattie da raffreddamento, nelle cistiti e nelle nevralgie. Se ne conoscono praticamente da sempre, le proprietà medicinali, anzi nella medicina tradizionale era considerato una vera panacea. I frutti maturi sono depurativi e lassativi, contengono vitamina A e C; il succo è da sempre impiegato nella cura delle nevralgie e dei crampi allo stomaco. Le mucillagini hanno una azione emolliente ed i flavonoidi una azione disinfiammante e diuretica. La corteccia può essere impiegata per i reumatismi e nelle infiammazioni della vescica, nella ritenzione di liquidi in genere. Un pizzico di foglie secche polverizzate può servire a fermare il sangue dal naso.
Per uso interno i fiori possono esser usati per combattere la bronchite, la febbre, la costipazione. Per uso esterno i fiori hanno attività astringente e lenitiva sulla pelle, possono essere impiegati sui foruncoli e sulle scottature. Con i principi estratti da questi fiori, si producono lozioni astringenti, decongestionanti ed emollienti, utili a normalizzare la secrezione sebacea, bagnoschiuma, emulsioni e maschere per pelli impure e grasse.
Il succo ricavato dai frutti può essere impiegato per tingere le fibre naturali, nelle varie tonalità del viola, un tempo era impiegato come sostanza colorante per il cuoio e fino a qualche decennio fa, si utilizzava per ricavarne inchiostro; dalle foglie è possibile ricavare un colorante verde e nero dalla corteccia.
I frutti ben maturi, possono essere mangiati, ma in genere vengono usati per la confezione di marmellate e sciroppi.
I fiori freschi, fritti in pastella e poi passati nello zucchero, sono un ottimo dolce, ottimi anche nelle insalate, nelle frittate e nelle macedonie. I fiori secchi possono essere usati per aromatizzare bevande alcoliche, amari, il vino bianco e l’aceto: l’odore si trasforma in lieve e piacevole aroma. Le infiorescenze lasciate leggermente appassire, vengono aggiunte al mosto per aromatizzare e favorire la spumantizzazione.
Resti di bacche di Sambuco, sono stati ritrovati in insediamenti del neolitico. E’ una pianta dal duplice simbolismo, nella tradizione cristiana veniva usato nei riti funerari, come viatico per il viaggio verso l’aldilà, nella tradizione pagana invece, come protettrice della casa e del bestiame. Al sambuco in passato si attribuivano poteri magici, contro i demoni e le streghe.
Rosa canina
Nome scientifico: Rosa canina L. (Rosaceae).
Fioritura: da marzo a luglio.
Habitat e distribuzione: vegeta nelle radure, al margine di boschi, nelle boscaglie degradate e nei prati, pascoli, campi e vigneti abbandonati, su cumuli di sassi. Diffusa dal piano sino a 1.900 m s.l.m. E’ presente in tutte le regioni.
Curiosità e usi: l’origine del nome rosa è incerta, secondo alcuni deriverebbe dal latino “rosa” e questo dal greco “rhódon” rosa, secondo alcuni autori deriverebbe dal sanscrito “vrad o vrod “= flessibile con allusione alla flessibilità dei rami o dal celtico “rhood o rhuud” = rosso. Il nome della specie deriva dal greco “kynos” = cane e “batos” = arbusto spinoso, da ricollegare all’uso che si faceva un tempo della radice di questa pianta per curare la rabbia. I principi attivi contenuti in questa pianta sono rappresentati da vitamina E, olio essenziale, vitamina C, acidi organici, tannini, pectine carotenoidi e soprattutto bioflavonoidi, pigmenti naturali dall´ importante azione antiossidante. La pianta ha azione astringente, tonica, antinfiammatoria, antiallergica, blandamente diuretica, cicatrizzante, antisettica, vasoprotettrice. In medicina per uso interno è utilizzata in caso di raffreddori, influenza e gastrite.
I frutti si usano per preparare sciroppo, impiegato come integratore alimentare, in particolare nella dieta dei neonati e usato dall’industria farmaceutica come aromatizzante delle medicine. Gli estratti dei frutti si aggiungono alle pastiglie di Vitamina C. I petali sono utili per combattere il mal di gola e se spremuti, possono essere usati per preparare un buon collirio. Alcuni impiegano le foglie e i boccioli come blando lassativo e cicatrizzante.
In cosmetica la maschera di bellezza ottenuta frullando i cinorrodi freschi (tagliati, svuotati con cura e lavati più volte per eliminare i piccoli peli aguzzi che possono conficcarsi nella pelle) è una delle più efficaci per il suo effetto schiarente, levigante e tonificante della pelle. In cucina i frutti raccolti dopo la prima gelata, sono ottimi per preparare conserve e marmellate. Seccati e macerati in acquavite e zucchero danno un ottimo liquore.
Narra la leggenda, che se oggi possiamo ammirare la bellezza della rosa, lo dobbiamo al dio del vino Bacco che, invaghitosi di una ninfa, tentò di conquistarla, ma lei fuggendo inciampò in un cespuglio. Cespuglio che per riconoscenza Bacco trasformò in rosa, facendogli spuntare splendidi fiori di un delicato color rosato, il colore delle guance della sua ninfa.
Lavanda
Nome scientifico: Lavandula angustifolia Mill. (Lamiaceae).
Fioritura: da maggio a settembre.
Habitat e distribuzione: cresce soprattutto in terreni aridi, sassosi e soleggiati fino a 1800 m s.l.m. Diffusa allo stato spontaneo in Piemonte, Liguria e Toscana ma è coltivata ovunque e spesso sfugge alle coltivazioni.
Curiosità e usi: il nome generico latino “lavanda” è gerundio di lavare e indica l’uso antico di aggiungere la Lavanda nell’acqua del bagno; l’epiteto specifico indica la forma stretta delle foglie di questa specie. Erba aromatica, tonica, con profumo dolciastro ha azione purificante, antisettica, balsamica, sedativa, antidepressiva, antispasmodica, antinfiammatoria e antipiretica. L’olio essenziale ha una composizione complessa in cui rientrano oltre 150 costituenti. Frizionato sulla pelle vi penetra rapidamente ed è rintracciabile nel sangue dopo soli 5 minuti.
Per uso interno la lavanda può essere utile in caso di digestione difficile, depressione, ansia, insonnia, mal di testa da stress e disturbi bronchiali. Per uso esterno è efficace contro scottature, eritemi solari, reumatismi, dolori muscolari, nevralgie, malattie cutanee, herpes, punture d’insetti.
Può essere utilizzata come antireumatico e antinfiammatorio rilassante, praticando frizioni e lozioni con gocce d’essenza o con olio sulla zona dolorante. Per preparare un bagno rilassante è sufficiente aggiungere all’acqua una manciata di fiori o qualche goccia d’olio essenziale.
La Lavanda inoltre trova vari impieghi in profumeria, dove entra nella composizione di sofisticati profumi ed è ampiamente utilizzata in saponeria e cosmesi.
La ricerca moderna ha dimostrato che alcuni costituenti dell’olio essenziale di Lavanda hanno un effetto repellente nei confronti degli insetti. Ciò convalida l’uso tradizionale di spargere i fiori di Lavanda per tenere lontani gli insetti. Frizionarsi con acqua di Lavanda è un ottimo metodo per evitare fastidiose punture. Mettere piccoli sacchetti di lavanda negli armadi e nei cassetti, oltre a profumare gradevolmente (i fiori mantengono a lungo un’intesa profumazione anche dopo l’essicazione) la biancheria, tiene lontane le tarme.
La lavanda era molto diffusa intorno alla città siriana di Nardo, nei pressi del fiume Eufrate. Per questo nella Grecia antica era chiamata Nardo, mentre la Bibbia la cita con il nome di Spicanardo. In Oriente, l’erba era utilizzata sin dal 4.000 a .C. I Romani usavano un profumo detto “nardinum” fatto con lavanda, mirra e gigli. In quell’epoca la Lavanda era molto costosa, i fiori venivano venduti per 100 denari per libbra, che corrispondevano a mesi di stipendio di un bracciante, quindi solo i ricchi potevano acquistarla.
Asparago selvatico
Nome scientifico: Asparagus acutifolius L. (Asparagaceae).
Fioritura: tra luglio e settembre.
Habitat e distribuzione: specie che ama i suoli asciutti, cresce soprattutto in terreni aridi, sassosi e soleggiati in macchie, leccete, boschi di latifoglie, siepi, su substrato calcareo, da 0 a 1300 m s.l.m. Diffusa in tutte le regioni tranne il Piemonte ma è comune soprattutto nelle regioni centro-meridionali mentre e rara e sporadica nel nord.
Curiosità e usi: il nome del genere viene dal greco ‘aspháragos’, che deriva probabilmente a sua volta dall’antico persiano asparag, “germoglio” che confermerebbe l’origine orientale, probabilmente mesopotamica della specie. L’epiteto specifico dal latino ‘acutifolius’ fa riferimento appunto alla spinulosità delle ‘foglie’. Le proprietà degli asparagi sono molto note. I turioni e soprattutto i rizomi, hanno effetti diuretici, depurativi, lassativi e dimagranti. Contengono aminoacidi (asparagina) e molti sali minerali. Ma l’uso non è consigliabile a chi soffre di infiammazioni renali. Nell’organismo, dopo il consumo alimentare, si forma un metilcaptano, sostanza che viene eliminata attraverso le urine, conferendo loro un caratteristico odore penetrante e sgradevole.
I germogli dell’asparago selvatico sono commestibili come quelli delle altre specie affini. Hanno un sapore leggermente amarognolo e sono molto ricercati per varie preparazioni gastronomiche.
Timo
Nome scientifico: Thymus longicaulis C. Presl (Lamiaceae).
Fioritura: da marzo ad agosto.
Habitat e distribuzione: vegeta in prati, pascoli e scarpate asciutte e assolate dal piano fino a 1600 m. Presente nel Friuli e nelle regioni peninsulari dall’Emilia-Romagna alla Sicilia. Assente nelle altre regioni settentrionali e in Sardegna.
Curiosità e usi: il nome del genere viene dal latino Thymus che a sua volta deriva dal greco Timao che significa forza, coraggio, qualità che si credeva venissero risvegliate in chi annusava la pianta. Il timo è un potente disinfettante, antisettico, delle vie respiratorie e di quelle urinarie, utile nel calmare la tosse ed il raffreddore e nel contrastare l’asma. Il Timo è largamente usato per la formulazione di prodotti farmaceutici, alimentari e cosmetici grazie ai principi attivi in esso contenuti, tra cui timolo, terpinene e glicosidi flavonici, in grado di favorire il benessere e la salute dell’organismo. Questi composti sono dotati di proprietà importanti che, oltre a conferire un sapore e un odore gradevole al timo, lo arricchiscono di molteplici proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, balsamiche, antivirali e antimicrobiche. Il timo viene inoltre ampiamente utilizzato in cucina per insaporire minestre e piatti di carne.
Salvia
Nome scientifico: Salvia officinalis L. (Lamiaceae).
Fioritura: da febbraio a maggio.
Habitat e distribuzione: specie tipica delle aree costiere, cresce su rupi aride e pietraie, su calcare dal piano ai 300 m. E’ diffusa in gran parte delle regioni italiane anche se è spesso difficile capire se cresca come specie spontanea oppure come residuo di antiche coltivazioni.
Curiosità e usi: il termine salvia deriva dal latino “salvere” letteralmente star bene, godere di buona salute. L’epiteto “officinalis” della specie allude all’utilizzo officinale della salvia per scopi medicamentosi. Pianta medicinale conosciuta sin dall’antichità, le si riconoscono molteplici virtù. Efficace nei casi di disturbi epatici, nelle infezioni delle vie respiratorie e negli stati depressivi ed ansiosi. Considerata diuretica, antisettica e persino afrodisiaca. Il decotto di salvia è un ottimo cardiotonico. Le foglie essiccate, pestate e mescolate con il miele danno vita ad un composto famoso per le proprietà espettoranti. Addirittura il vino bianco fatto bollire con qualche manciata di salvia sarebbe consigliato ai diabetici in quanto, assunto dopo i pasti, aiuterebbe ad abbassare il tono zuccherino nel sangue.
La notorietà della Salvia è dovuta anche all’uso come pianta aromatizzante di largo impiego in cucina.
